La tavolata

Qesto post nasce come commento al post di Francesco Pecoraro Elementi per una Teoria Generale della Tavolata che potete leggere qui.

Un fenomeno che costantemente minaccia i ristoranti, soprattutto sotto le feste e alla fine dell’estate è sicuramente la tavolata. Di solito la tavolata viene assortita perché ogni commensale possa avere un pubblico ristretto ma non troppo per narrarsi: le vacanze in Asia, la casa in montagna, i figli in giro, i cani, il lavoro, le macchine per andare a lavoro, le lezioni di spinning.
Chiariamo subito una cosa: i tavoli rettangolari da 8+ non esistono, si assemblano (eccezioni: sagre, mense, taverne); possibili formazioni – in concezione figurale: tre tavoli da due con due capotavola, due tavoli da quattro senza capotavola, due tavoli da due più una prolunga.
L’incubo inizia quando dall’altra parte del telefono una voce succube non sa dire:
1. chi verrà (sette, otto… al massimo undici)
2. quando verranno (alle 21, alle 22, è un post-convegno/concerto/meeting/evento)
3. a nome di chi prenotare (metti Alberto, anzi, metti Antonio, anzi, scrivi *cognome indecifrabile*).
La tavolata si prepara facendo attenzione a lasciare coperti cuscinetto intorno, così da evitare che in caso di ospiti in sovrannumero i paganti siano costretti a cenare abbarbicati alla gamba del tavolo, coi gomiti conficcati nello sterno.
L’arrivo è a scaglioni, frantumato, continuato. Incapaci di percorrere l’infinito spazio tra la porta e il tavolo, i commensali si attarderanno lungo il tragitto per chiacchierare nel centro esatto della sala, nella peggiore delle ipotesi mettendosi a salutare improbabili conoscenze ritrovate mentre queste succhiano tagliatelle ai porcini con corredo di moglie, figlio sul seggiolone, cane incazzato nascosto sotto la sedia, telefono impazzito di notifiche.
Prendono posto le donne, lasciano le borsette per stabilire confini. A gruppi di due vanno in bagno, mentre gli uomini fumano. Rientrano le donne, gli uomini vanno in bagno. Sono passati 40 minuti dall’arrivo della tavolata e ancora non si riesce a capire quante bottiglie di acqua portare (si opta per quattro, due naturali e due frizzanti); si tenta un approccio diretto per piazzare altre bevande, ma:
1. il vino in bottiglia non lo volete perché poi pagate alla romana e gli astemi si incazzano
2. la coca-cola non va bene perché siete adulti
3. la birra in caraffa la rifiutate perché poi ne bevete troppa e si sgasa
Soluzione: vino della casa, un litro rosso, uno bianco e sembrate tutti contenti e risparmiatori e politically correct.
Il menu varia a seconda del tipo di tavolata. Se c’è un leader è fatta, siamo salvi: antipasto misto, tre primi al vassoio, un secondo di carne e due contorni (e vi amiamo già); ma i vuoti di potere si riscontrano anche nelle tavolate, e l’individualismo occidentale vi pervade anche quando c’avete fame, non dividerete niente (a meno che non ci siano due ragazze nel gruppo, che prenderanno un’insalata mista di cui una mangerà i pomodori e l’altra la lattuga e divideranno una focaccia senza sale). Scegliete dal menu ognuno cose diverse, beati combinate antipasti primi e secondi e chiedete:
– Ce la facciamo a mangiare tutti insieme?
…e in che modo pensate che questo sia possibile, visto che il locale è pieno e per bene che vi possa andare in una cucina ci sono quattro persone? Ma ci si prova. Presi dai vostri dialoghi monologici a coppie o a coppie doppie, non riuscite a vedere che l’acqua non è finita ma è a un braccio di distanza dal vostro bicchiere e tendenzialmente non ricordate cosa avete ordinato, facendo fare viaggi a vuoto ai camerieri e alle vostre pietanze.
Passati gli antipasti, l’imprevisto: arrivano due ritardatari. Che bello, vi salutate con calore, meno male che ce l’avete fatta, ci mancavate, senza di voi impossibile andare avanti.
Dove li mettiamo? Voi dissetati e accomodati non volete sbaraccare per aggiungere il tavolo di riserva, quindi giurate su vostra madre che vi stringerete e che starete bene lo stesso. Menzogne. I malcapitati che invece di scappare dalla tavolata si accontentano di mezzo coperto agiranno per il resto della cena in ritardo: vorranno stare al passo con gli altri, si strafogheranno o salteranno una portata, coveranno rancore per la cena pagata e non gustata.

Ristorante vuoto, cuoco uscito dalla cucina, voi digerite beati convinti che nessuno abbia una casa a cui tornare e un locale intero da rimettere in ordine. Quando la musica/televisione viene consapevolmente spenta, chiedete il conto. Due tipologie di tavolate paganti:
– i normali: la cena è un pretesto sociale, si paga alla romana e si arrotonda per eccesso;
– i repressi: hanno mangiato meno, hanno bevuto meno, guadagnano meno, lavorano di più, non sono stati coinvolti, non vogliono pagare per quel vino che a stento hanno assaggiato. Si avvicinano furtivi e sofferenti alla cassa pretendendo di saldare mezza acqua, 7/9 di pizza, una forchettata di spaghetti. Tendenzialmente soffrono anche quando la cena finisce.

Non importa chi ci sia alla tavolata, quanto abbiano mangiato, quanto abbiano speso: in ogni caso e configurazione la mancia sarà una vaneggiata speranza.

Caratteristica della tavolata è anche la presenza del recensore Tripadvisor rigorosamente in incognito: si nasconde tra i bicchieri e ride alle battute degli amici, finge di apprezzare il cibo, fa complimenti per il taglio degli affettati (?), si informa sulla storia del ristorante, sorride amabilmente al personale che lo prende in simpatia, gli si offrirà anche un amaro.

Il recensore però è di solito bipolare: lasciati gli amici, digerito il pasto, non potrà fare a meno di aprire il suo laptop, loggarsi sull’ormai stranoto sito di consigli per le vacanze e orgogliosamente inizierà a battere sulla tastiera sputando un odio di cui nessuno lo credeva capace.

TITOLO DELLA RECENSIONE: deve essere un dicolon o un insulto (qualità & cortesia,semplicità & eleganza, atmosfera famigliare & porzioni abbondanti; non ci tornerò mai più!!!1!!1,lenti oltre ogni limite, scadente a dire poco, o il mio preferito: non ci siamo affatto).
TESTO DELLA RECENSIONE: in un perfetto italiano da carabiniere, l’esperienza viene riportata che manco l’epica omerica: mi sono recato in data *** nel noto ristorante sito in via *** su consiglio di un caro amico di famiglia. Premetto (e qui inizia un lungo e inutile flashback) che eravamo una comitiva di otto persone e eravamo alla ricerca di un loco (mi raccomando, analitici e non sintetici) ove consumare un pasto lauto successivo a un importante e stancante (altro dicolon) meeting di lavoro. Ivi giunti, siamo stati accolti con freddezza dai camerieri (SE VI PRESENTATE CON UN’ORA DI RITARDO…). L’ordine è stato preso dopo 41,33 minuti dall’arrivo e hanno servito prima due tavoli da due (segue menu dei due tavoli molto specifico, forse ci hanno rubato le comande?) e poi noi. Il cibo non era male (MA SE A MALAPENA AVETE LASCIATO I PIATTI!) ma non c’eravamo sul rapporto qualità/prezzo (ATTENTI ALL’ISTAT). Ci hanno portato un vino della casa che non ci hanno detto come si chiamava, bevibile ma niente di più (…). La lievitazione della pizza era sbagliata, la cottura delle zucchine andava rivista, la pasta era precotta (9 su 10 la pasta non è precotta, sapevatelo), le patate fritte sicuramente surgelate (ah sì? Pensa un po’…). Il personale scorbutico, ci hanno lasciato senza acqua. Appena finito di desinare al desco l’addetto recò seco il conto adagiato su un piattino del caffè che nessuno ci ha offerto. Conto a dir poco salato. Non abbiamo avuto tempo di fare due chiacchiere che siamo stati buttati fuori (00.45 ndr). Non credo ci torneremo più, ho trovato posti migliori!

E meno male.